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La storia

Fra le tradizioni quasi scomparse, quella del brusamàrso era certamente una delle più singolari.
Il rito del brusamàrso non è specifico della nostra terra, ma lo si ritrova in un’area molto vasta che va dalla Lombardia al Friuli e oltre. Il nucleo fondamentale di cui esso è costituito era presente in tutta la nostra zona, seppur con variazioni che lo facevano in parte diverso da località a località.
Nelle ultime tre sere di Febbraio, e in particolare nell’ultima, all’imbrunire, i ragazzi, e con essi spesso anche i giovani, accendevano dei grandi falò in mezzo ai campi e nelle radure non lontani dalle contrade, e giocavano e scherzavano col fuoco attorno ad essi. Bruciavano i resti vecchi della vegetazione che erano rimasti nei campi e che l’inverno non aveva consumato e vi aggiungevano russe (rovi) canàri (gambi secchi di granoturco) e in montagna, ginepro ed altro.
Essi andavano poi per le strade facendo baccano con pentole vecchie, coperchi e bandòti. Ma in questa pratica, di cui i ragazzi attendevano ansiosamente ogni anno l’arrivo, era stata, ed è ancora in parte, più varia, più ricca e significativa.
Il brusamàrso era in molti luoghi non solo il gioco allegro di ragazzi, ma anche per i giovani ed i più anziani il momento e l’occasione di una cerimonia particolare.
I giovani, distinti in maschi e femmine, accendevano due di questi fuochi in luoghi diversi posti a tiro di voce, e scandivano alternativamente una cantilena nella quale proponevano fidanzamenti tra giovani e non più giovani godendo nel fare gli accoppiamenti più strani, in particolare tra le figure più caratteristiche del paese.
La cantilena che riportiamo sotto, ricordata con varianti di poco rilievo è la testimonianza più significativa di questa usanza. Tuttavia anch’essa era quasi certamente soltanto un resto di una festa dal significato ben più profondo e vasto, come ci testimonia in modo evidente ciò che avveniva fino ad un paio di generazioni fa, nella valle dell’Agno, e di cui resta, oltre che il ricordo anche una precisa testimonianza scritta. Il brusamàrso, il cui nome riuscirebbe altrimenti incomprensibile dato che si praticava gli ultimi giorni di Febbraio era la “chiamata di Marzo” e significava il gioioso annuncio della fine del duro inverno e insieme era l’invito festoso a godere del sopraggiungere della primavera. Tutti partecipavano spontaneamente alla festa del brusamàrso che durava l’intero giorno, dato che si viveva aderendo pienamente al ritmo del succedersi delle stagioni e la festa era insieme rito, danza, canto, scherzo, che si concludeva allorchè scendeva la sera con l’accendersi dei falò; Il fuoco che rischiarava le tenebri sopraggiungenti oltre a simboleggiare la vittoria della luce sulle lunghe notti invernali o del tepore del caldo sul freddo, aveva anche una funzione e un significato purificatori. Sterpi, erbacce secche, resti inutili della stagione finita, venivano bruciati perchè la vegetazione novella potesse crescere sul campo più libera e più vigorosa, e col fuoco venivano cancellati simbolicamente anche i fantasmi, le preoccupazioni, e resti sedimentati sull’animo nei gravosi giorni della più dura delle stagioni.
La tradizione del brusamàrso che la Chiesa non ha mai voluto o non ha mai saputo accogliere nell’ambito dei suoi riti dandole un crisma religioso, come ha fatto invece per tante altre pratiche, aveva certamente origini antichissime, paganeggianti di remota ispirazione classica e in parte anche di derivazione nordica.
La rapida decadenza di questa usanza può essere un simbolo del mutare di un costume di vita che ha perso il contatto con la natura, con le stagioni e con la terra.

Articolo tratto dal libro "Civiltà rurale di una valle veneta - La val Leogra"
ccademia Olimpica - Vicenza

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    La filastrocca

    Marso si, Marso no,
    baxa la tòsa, la vècia no.

    Dighe de si, dighe de no,
    crepa le vècie, le xòvani no.
    Le xòvani on bel confòrto,
    le vècie na cassa da morto.
    Le xòvani on bel gaeàn,
    le vècie con la scoa in man.

    Tròto tròto marso
    più bel fiorin che sia
    che porta ‘l can al’ombrìa
    che porta ‘l can al’ombrà
    la puta inamorà.
    Chi xela chi no xela
    la xe la Marieta bèla.
    A chi ghe la ghén da dare?
    A ... (al mato Dale Nogàre)
    che l’è da maridare.
    Tre pìe sóto l’órno
    ghe sonarémo ‘l corno.

    Viva Màrso,
    ogni mato va descàlso

    Bati, bati Marso,
    chel mato và descalso
    cavaeo no morire
    che l'erba butarà.

    Marso si, Marso no,
    brusa la vècia
    el palo no.

    Se le faìve va al garbìn
    parècia el caro pa 'ndare al mulìn.
    Se le faìve va a matìna,
    tol su el sàco e va a farina.
    Se le faìve va a sera,
    la poenta impiena la calièra.

    Se da Màrso no verdèga,
    gnanca Majo no se sèga.